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È capitato ciò che non avevo
assolutamente messo in conto
Mi sono innamorata di un detenuto, e anche lui ricambia questo sentimento. L'unico furtivo gesto d’affetto in questi mesi è stato tenersi per mano per qualche minut Di Alanis, luglio 2002 Cari amici della Redazione di "Ristretti Orizzonti", non ci conosciamo ma voi per me siete degli amici perché da quando ho scoperto la vostra rivista mi sento meno sola. Lavoro in un carcere, ho cominciato quattro anni fa come volontaria in una associazione che si occupa di disagio sul territorio e soprattutto di tossicodipendenza… su questa via è nato il progetto di lavorare nella casa di reclusione più vicina al nostro paese. |
| Quando ci sono i fondi è un vero e proprio lavoro, altrimenti si continua
nello stesso identico modo, ma senza retribuzione; tale attività mi ha
portato in tre diverse strutture penitenziarie, in tre parti d’Italia… sto
studiando molto per cercare di capire questa realtà così complessa, visto
che dall’esterno è difficile anche solo immaginare cosa può significare la
detenzione. Ho conosciuto tanti operatori, alcuni direttori, degli agenti, moltissimi detenuti: un’esperienza che mi ha assorbita giorno dopo giorno e mi ha portato a voler contribuire nel mio piccolo a tentare di migliorare le cose che osservo e che mi sembrano profondamente ingiuste. Abbiamo collaborato con Antigone e ne è venuto fuori anche un momento di riflessione pubblica su questo tema. Perché vi scrivo: innanzitutto voglio ringraziarvi perché vedo per la prima volta uno stile ed una professionalità nella scrittura degli articoli del giornale e nella gestione del sito che manca assolutamente alle altre pubblicazioni sul carcere, e poi perché mi date speranza per il futuro. Lavorare in carcere è molto spesso frustrante (vedo per esempio questo disagio anche in molti giovani agenti) e mi chiedo spesso se questa esperienza debba prima o poi concludersi, visto che mi sta portando a vivere più dentro che fuori; ma il problema non è questo, anche se mi piacerebbe il confronto con altri volontari su questo aspetto… La mia attività in carcere al momento è legata all’insegnamento della lingua italiana sia ai detenuti italiani che agli stranieri, oltre che al tentativo di creare una sorta di coordinamento delle proposte formative del Centro Territoriale Permanente, delle cooperative e delle associazioni presenti nella struttura (che lavorano, come solitamente accade, quasi fossero monadi, addirittura spesso in competizione fra loro…). Tutto sommato, tra mille difficoltà si procede e qualche piccolo passo avanti si compie quotidianamente. C’è però un nodo che oggi mi blocca e mi fa arretrare… stavo leggendo il vostro dossier sull’affettività in carcere e ancora una volta sono positivamente sorpresa dal fatto che le vostre parole sono per me ossigeno. Ecco, ora vi spiego la mia delicata situazione: è capitato ciò che non avevo assolutamente messo in conto, mi sono innamorata di un detenuto e anche lui ricambia questo sentimento. Vivo da circa sei mesi questa vicenda con grande sofferenza, io non sono una sua parente, non ho diritto a telefonate o al colloquio, io non posso parlarne con nessuno perché significherebbe perdere il mio lavoro, un lavoro a cui tengo tanto e che credo di compiere (a detta dei miei colleghi) con grande entusiasmo. Io e A. ci siamo conosciuti in un colloquio per una selezione di un corso. Inizialmente la sua presenza mi era gradita, ma non suscitava null’altro che una simpatia, tutto normale. Poi ho notato nei suoi occhi uno sguardo diverso, anche se sempre molto rispettoso e anzi intimidito… a poco a poco, senza volerlo, anzi tentando con tutte le mie forze di evitarlo, ho cominciato a rispondere a quegli sguardi, ma con grande paura e timore di essere scoperta in quel gesto così innocente, ma pur sempre proibito da un contesto in cui il detenuto non può essere considerato come un uomo qualsiasi. È cominciato un calvario di dubbi, di sensi di colpa, di ripensamenti e notti insonni; ho continuato a svolgere il mio lavoro, ma con una difficoltà in più, quella di non sentirmi libera neanche io. La mia affettività, la mia sessualità sono bloccate così come la sua… e ora che il progetto terminerà (settimana prossima), resteranno soltanto delle lettere con un nome falso ed un indirizzo preso in prestito. Io posso dirvi che questa esperienza mi sta insegnando davvero cosa significa il carcere; per più di tre anni lo avevo letto sui libri, lo avevo seguito in conferenze e filmati, ci avevo camminato dentro, ma non aveva "toccato la mia pelle" e il mio cuore come adesso. A rendere la questione ancora più complicata, come se già non lo fosse sufficientemente, c’è il fatto che A. è straniero e non ha permesso di soggiorno, quindi anche alla fine della pena ci saranno un sacco di difficoltà da affrontare per riuscire a farlo restare qui (approfitto anche per ringraziarvi del prezioso documento della giornata su "Carcere e immigrazione" che ho molto apprezzato e divulgato tra i miei colleghi). Lui uscirà nel 2007, una data che mi toglie il fiato e mi mette davanti ad una prova difficile, oltretutto mi chiedo come potrebbe essere la nostra storia fuori, visto che non conosciamo la quotidianità, che non abbiamo mai fatto niente insieme; l’unico furtivo gesto d’affetto in questi mesi è stato tenersi per mano per qualche minuto. Ho tentato di frenare questa esplosione di emozioni affermando l’impossibilità di questo rapporto, la sua virtualità e il fatto che comunque lui forse è in una posizione talmente fragile, che poteva innamorarsi di chiunque avesse risposto a quel suo umile e disperato bisogno d’amore. Tutti questi alibi non sono serviti a nulla, A. con la sua dolcezza e il suo estremo pudore, la sua dignità di uomo e di amante, mi ha coinvolta sempre di più in un rapporto che si nutre di molto poco, ma con una intensità, che chi vive fuori e ha tutta la libertà di vedersi e toccarsi non potrà mai lontanamente immaginare. Io so che tutta questa storia non può che crearmi imbarazzo e tensioni, ho lasciato il mio ex ragazzo senza spiegazioni, i miei amici mi vedono spesso assente e solitaria e non capiscono cosa mi stia succedendo… io cosa dovrei dire, che ho perso la testa per uno conosciuto in galera? Non mi vergogno di lui, ma ho paura che gli altri fraintenderebbero anche la dedizione che ho sempre avuto per il mio lavoro. Ora non so cosa fare, se lasciare il lavoro e chiedere di essere trasferita da un’altra parte (rinunciando però anche alla possibilità di vederlo ancora…), o se continuare a tenere tutto dentro facendo finta di nulla pur di restare vicino a lui. Mi rivolgo a voi perché ho trovato sempre delle risposte intelligenti nei vostri scritti, e poi magari il mio non sarà sicuramente l’unico caso di "trasgressione" del regolamento non scritto che nega l’affettività alle persone ristrette. Grazie di avermi "ascoltata". |
| Piacenza, con la scrittura il carcere
conquista la città La funzione terapeutica della scrittura in carcere è un dato di fatto riconosciuto da tempo: scrivere "fa bene alla salute", anche in una situazione pesante e densa di sofferenza come quella della detenzione. Ma scrivere può servire anche a costruire un rapporto più forte tra il "dentro" e il "fuori", e questo è successo a Piacenza, con un concorso di scrittura indetto tra i detenuti del carcere Le Novate, che ha coinvolto, in qualità di giurati, gli studenti di alcune scuole superiori cittadine. Sono stati infatti i ragazzi dell’istituto Martora, dei licei Melchiorre Gioia e Respighi e del liceo pedagogico Colombini, coordinati dai rispettivi insegnanti, a operare la prima selezione, individuando 8 racconti, tra i quali la giuria ufficiale ha scelto poi i vincitori. E sono stati i ragazzi, tanti ragazzi delle scuole, a farsi carico di leggere resti e poesie di detenuti e di accompagnare con la musica la premiazione del concorso. I racconti hanno quasi tutti spunti autobiografici, e questo la dice lunga sulla voglia delle persone "ristrette" di raccontarsi, ma anche di trovare ascolto, di parlare a quelli che stanno fuori e di dare dignità alla propria vita attraverso la parola, come se il bisogno più forte e sentito fosse quello di riprendere una comunicazione interrotta con il "resto del mondo". Compagno, il racconto di Mirko che ha vinto il primo premio del concorso, perché ha ritmo, forza narrativa e originalità, è «la storia di Vincenzo, il classico "zanza", così dicono a Milano: tante truffe da poche lire e una sola da raccontare». Secondo classificato è stato Enrico, con il racconto È un lusso, durissimo diario di un tossicodipendente che non ha nessuna pietà di se stesso; terza, Lidia, con Voglio raccontare il mio passato, un titolo che evoca il fatto che in carcere è soprattutto il passato che fa male, e narrarlo è un po’ liberarsene. Il premio speciale alla memoria di Stefania Manfroni, giovane operatrice sociale piacentina prematuramente scomparsa, è andato al racconto di un detenuto straniero, Hucic, dal titolo il testimone. Nessuno dei vincitori era presente, purtroppo, ma vincere un concorso di scrittura in carcere non è come vincere un festival o un Oscar: insomma, non si può prendere il telefono in mano e far arrivare in fretta quelli che devono ritirare i premi. Erano presenti però, con le loro testimonianze, tre detenuti: Tony, detenuto siciliano delle Novate; Jilani, un giovane tunisino alla sua prima uscita dopo 3 anni di carcere, e Svetlana, arrivata a Piacenza dal carcere della Giudecca di Venezia. Un suggerimento per l’anno prossimo, se il concorso si rifarà, porrebbe essere di prevedere due momenti: uno, del carcere che "va in città", come è stata questa premiazione, e poi, il secondo, della città che va in carcere, a premiare i vincitori che non possono uscire. Ornella Favero |
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______Giornalismo dal carcere "Freedom", la voce dei ragazzi dell’Ipm di "Casal del Marmo" (Anno I - numero 3) "Freedom", la voce dei ragazzi dell’Ipm di "Casal del Marmo" (Anno I - numero 2) Numero 45 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 43 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 42 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 41 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 40 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 39 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 38 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 34 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 32 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Numero 29 di Garçon, la voce dei ragazzi dell’I.P.M. di Casal del Marmo Alcuni racconti tratti dal numero 37 di Garçon Alcuni racconti tratti dal numero 36 di Garçon "Ragazzo", la voce degli stranieri, supplemento di Garçon Garçon, il giornale dei ragazzi dell’Istituto Penale per Minorenni (I.P.M.) di Casal del Marmo Redazione: c/o Casal del Marmo Via G. Barellai n° 140 00135 - Roma Da cinque anni Garçon è presente con periodiche pubblicazioni. Da segnalare anche il primo numero del supplemento "Ragazzo", la voce degli stranieri. “Mi chiamo Martino e sono di Catania. Sono entrato a Casal del Marmo e ho fatto qui 5 mesi (…) Sono stato al carcere minorile di Bicocca e sono stato altri 5 mesi dopo di che mi hanno trasferito all’I.P.M. di Acireale per motivi disciplinari e pure ad Acireale ho sbroccato e dopo un mese mi hanno trasferito a Caltanissetta: qui ho capito che le carceri siciliane sono troppo bastarde e così ho deciso di tornare a Roma dove ero stato e a confronto di giù è un paradiso”. Il minorile di Casal del Marmo di cui parla Martino non sarà proprio un paradiso, ma il giornale che fanno i ragazzi che ci vivono è pieno di vitalità. Fortunatamente, il carcere a questi ragazzi non riesce a togliere la fantasia, la voglia di raccontarsi, il linguaggio poco conformista (vedi in proposito il verbo “sbroccare”). Garçon è fatto da una redazione composta dai ragazzi e dai volontari esterni. Di questi ultimi segnaliamo in particolare Germana, che colpisce per la sensibilità dei suoi articoli. Il giornale ha tante rubriche, interviste, spazi liberi, dove i ragazzi si raccontano senza reticenze, affrontando temi di attualità con una spiccata autoironia, che rende la lettura scorrevole e piacevole, sino alla fine!, dove troviamo la vignetta umoristica che da sola vale un editoriale. I ragazzi spaziano in ogni campo con spontaneità e partecipazione attiva, interagendo tra loro e rendendo particolarmente vivo l’interesse giornalistico. Degli esempi?, Martino ci parla “delle ragazze d’oggi”; Natale “il siculo” è più profondo, e si avventura in discorsi filosofici, su “cosa sia il tempo...”. Licia, una ragazza della sezione femminile, scrive un simpaticissimo articolo sul Viagra, con una attenta riflessione che non cade mai nel banale. La Direttrice scrive una favola (Cipollino) con la collaborazione di Antonio, pubblicata anche in inglese. “La disoccupazione oggi in Italia è un problema non molto facile da risolvere e specialmente per i giovani. Infatti sono molti i giovani laureati senza lavoro e per lavorare si adeguano a tutto. Lavori che non c’entrano niente con il loro titolo di studio. Io penso che in Italia c'è una marea di italiani disoccupati. Poi ci si mettono pure gli immigrati che da qualche tempo sbarcano in Italia pensando di trovare l’America ma qua c'è la fame come là. Ora ho sentito che in Italia hanno fatto una legge che li vuole fare rimanere qui ma io gli direi (non per fare il razzista) ma perché non fanno loro capire che qua non c'è niente e che si sistemassero nel loro paese anche se con il nostro aiuto. Penso anche che gli immigrati trovano da lavorare perché sono poco pagati e vengono sfruttati. I giovani italiani vogliono lavorare ma la situazione economica è critica e molte fabbriche, industrie, chiudono. Lo Stato promette sempre il lavoro ma non arriva mai e così si forma la delinquenza” by Martino Per concludere, volete un parere sul problema della disoccupazione e sull’immigrazione?, leggete allora l’articolo, ancora una volta di Martino. A noi della Redazione di Ristretti Orizzonti piacerebbe anche parlare con lui e con altri ragazzi dei problemi degli immigrati: con noi ce ne sono tanti di ragazzi stranieri, che ci hanno raccontato com’era la loro vita nei loro paesi e perché se ne sono andati: è per questo che non ce la sentiamo di invitarli semplicemente a restare nel loro paese, ma pensiamo che anche loro debbano avere un’opportunità Infine la presentazione da parte della redazione di "Garçon" del supplemento "Ragazzo", che è senz’altro un eccezionale documento di sensibilità e integrazione. Ecco l'annuncio della redazione di Garçon "Garçon" e "Ragazzo", il giornalino redatto dai giovani detenuti di Casal Del Marmo, è giunto al ventiduesimo numero, e il supplemento alla sua prima uscita. I nostri redattori sono di nazionalità diversa ed è per questo che i titoli del giornalino e del supplemento sono stati scelti in francese e italiano. Anche vivendo una condizione detentiva, in cui i rapporti con l'esterno sono ridotti, e possibile infatti dare una voce a un'immagine alla realtà multiculturale del nostro tempo. Quando si è "dentro" non esistono barriere tra razze e culture; anzi, l'esperienza condivisa unisce perfino coloro che fuori non avrebbero voluto incontrarsi. Gli amori sbocciano ciechi tra italiani e Rom, senza che si faccia caso alle differenze di cultura e tradizioni. Verrebbe da pensare che "dentro" la mentalità diventa più aperta e libera che fuori. Il supplemento "Ragazzo" accoglie scritti di giovani polacchi, albanesi, nomadi (la popolazione straniera all'interno dell'istituto). In futuro contiamo di inglobare "Ragazzo" in "Garçon", affinché il dialogo e il confronto tra le culture e le razze diverse dalla nostra possa arricchire anche queste pagine semplici. |
| Donne dentro Riflessione sulla carcerazione femminile Dignità, progetti, reinserimento Una mostra fotografica e un convegno a Carpi. È stata una delle poche, pochissime occasioni nelle quali si è parlato di donne detenute di Carla Chiappini, giornalista, responsabile della redazione del giornale della Casa Circondariale di Piacenza "Altre donne. Viaggio nella carcerazione femminile": una mostra di settanta immagini che provano a raccontare dal di dentro la vita delle detenute. La mostra, realizzata dai fotografi Francesco Cocco e Marco Cattaneo, è il risultato di una ricerca approfondita basata sull’osservazione della realtà quotidiana della vita in carcere, i pasti, il lavoro, il rapporto con i figli piccoli rinchiusi con le madri (al nido del carcere di Rebibbia a Roma), e sulle ripetute conversazioni con le detenute delle carceri di Modena, Bologna, Opera, Roma, Messina e Trani. Il filo del racconto è tenuto dalla giornalista Jasmina Trifoni, autrice dei testi del libro che accompagna la mostra: uno studio che tocca anche i temi della sanità, della convivenza con i figli, delle risorse finanziarie per i progetti di recupero delle detenute, e che si avvale delle prefazioni della regista Cristina Comencini e dello scrittore Massimo Carlotto. "Riflessione sulla carcerazione femminile. Dignità, progetti, reinserimento": è stato un convegno agile e ricco di spunti; promosso dalla Commissione Pari Opportunità del Comune di Carpi per presentare al pubblico la mostra fotografica "ALTRE DONNE. Viaggio nella carcerazione femminile". Ha spiegato il significato dell’iniziativa, l’11 marzo a Carpi, con un intervento preciso e appassionato, Daniela De Petri, vice-presidente della Commissione Pari Opportunità di Carpi e responsabile del progetto della mostra fotografica che, partito con l’obbiettivo di affrontare la realtà di due penitenziari quali la Casa di Reclusione di Opera (Mi) e la Casa Circondariale di Modena, si è successivamente esteso ad altri istituti: Rebibbia a Roma, Dozza a Bologna e i due istituti di Messina e Trani. "Si è trattato di un viaggio in un paese sconosciuto", ha raccontato Daniela De Petri, "che ci ha visti impegnati a Opera due giorni la settimana per circa tre mesi a condividere l’intera giornata con le donne detenute, partecipando a tutti i vari momenti, dall’aria ai pasti alle attività ricreative e lavorative. Un periodo indimenticabile in cui si sono creati rapporti di autentica stima con le persone ristrette, quasi tutte con lunghe pene. Molto differente, e forse più difficile da affrontare, la situazione delle due Case Circondariali di Modena e Bologna, dove le pene da scontare sono più brevi e la necessità di fare progetti è molto forte, essendo vicino il momento della scarcerazione. Significativa anche l’esperienza vissuta con le detenute del Nido di Rebibbia, quasi tutte donne rom con i loro bambini con cui abbiamo trascorso quattro giornate dalla mattina alla sera. Di queste persone abbiamo notato la bella intelligenza, la relazione strettissima con i figli con cui vivono un rapporto quasi simbiotico e, purtroppo, lunghe e reiterate storie di carcerazione per cui si può parlare proprio del fenomeno definito della "porta girevole". A Messina e Trani, infine, abbiamo avuto un’accoglienza calorosa e indimenticabile. lI grande successo di quest’iniziativa trova evidente conferma nel centinaio di liberatorie firmate da altrettante donne detenute, che hanno accettato di essere pubblicamente presenti nelle immagini di questa mostra; hanno avuto fiducia in noi e hanno condiviso l’idea di testimoniare una situazione difficile che, tuttavia, potrebbe essere cambiata". Daniela De Petri ha chiuso il suo intervento con un caldo invito: "Al Volontariato, alle organizzazioni politiche e sociali, agli imprenditori chiediamo di "forzare" l’inviolabilità del carcere perché attraverso la contaminazione tra dentro e fuori si può pensare a un reinserimento sociale meno ostico e disagiato". Leda Colombini, della Associazione "A Roma insieme", ha raccontato invece l’impegno che la sua Associazione porta avanti dal 1990 nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. Punto centrale è il progetto che prevede l’accompagnamento settimanale del sabato pomeriggio all’esterno per i bimbi "rinchiusi" con le mamme nel nido. Questo impegno si colloca nella direzione di "limitare i danni" che la detenzione genera nei bimbi da 0 a tre anni, costretti in spazi ristretti con orizzonti tanto ravvicinati da causare danni alla vista oltre che al naturale sviluppo della fantasia. Leda Colombini ha ricordato come, nel corso degli anni, si sia rafforzata la fiducia delle mamme detenute nei confronti dell’Associazione al punto che, attualmente, già nel primo sabato successivo all’arresto, le donne affidano i piccoli per una passeggiata all’esterno. In particolare resta impressa nella memoria la frase di una bimba rom di due anni e mezzo che, guardandosi intorno nella stanza da letto di una volontaria, esclama: "Ma come è bella la tua cella!". E il commento di un bimbo che non aveva mai visto il mare: "Ma chi ha rovesciato tutta quest’acqua?". In Italia esiste la Legge n° 40 dell’8 marzo 2001, che prevede precisamente le "Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori"; una legge molto importante che avrebbe dovuto permettere alle mamme di bimbi da 0 a tre anni di crescere i propri figli fuori dalle mura del carcere. Purtroppo questa legge non ha trovato adeguate applicazioni e ancora oggi molti bambini condividono con le mamme le restrizioni della detenzione. L’unico aspetto positivo di questa situazione pesante nonché piuttosto incivile, è la forte rete di solidarietà che si è creata all’esterno con tante famiglie disponibili ad ospitare i bambini e alcune nonne dell’Auser di Pontassieve che da anni confezionano vestiti e maglioni per i piccoli di Rebibbia. Leda Colombini ha chiuso il suo intervento sottolineando la necessità di creare per queste mamme e per i piccoli un "clima di accoglienza" e di sostegno. Particolarmente forte è la necessità di aiuto da parte di quelle donne rom che, avendo deciso di cambiare vita, devono completamente sradicarsi dal loro ambiente, dal campo e anche dagli affetti più importanti. È seguita la riflessione di Francesca Scopellitti, assessore al Comune di Grosseto, che ha rilevato come la situazione delle carceri nel corso degli anni sia rimasta tristemente invariata, soprattutto perché nella politica penitenziaria ci vorrebbe un coraggio che non si trova facilmente. L’impegno per i detenuti in realtà non produce consensi; le strutture continuano a essere ai limiti della decenza e il problema del sovraffollamento deriva anche dalla mancata applicazione delle leggi che prevedono le misure alternative. Resta, comunque, fondamentale il "far conoscere" il carcere perché è la comunicazione che rende il carcere più trasparente. Luigi Manconi, presidente dell’associazione "A buon diritto", ha espresso il suo apprezzamento per la mostra fotografica che è "bellissima perché priva di pietismo e di buoni sentimenti, ma ricca di compassione nel senso etimologico della condivisione di un dolore. Le immagini, documentando una realtà così dura e particolare come il carcere, esprimono una tenace e ostinatissima volontà di resistenza. Nel luogo della totale spoliazione, ove si viene in tutti i modi indotti all’anonimato, la sola possibilità di sopravvivenza è data dalla conservazione della propria identità. Per questo il maquillage, il vestito, la pettinatura rappresentano la capacità di redenzione di queste donne, il loro affermare: "Questa persona sono io e non sono riducibile a una serialità". Ha poi proseguito, Luigi Manconi, sottolineando come, in tema di carcere, si scontrino due opposte categorie mentali, da un lato il coraggio e dall’altro il cosiddetto senso comune, e come, dal suo personale punto di vista, sia difficilmente accettabile non tanto la posizione degli intransigenti quanto piuttosto l’assenza di coraggio di coloro che, avendo maggiori aperture, di fatto non sostengono le proprie idee con alcuna convinzione. La ragione di tanta tiepidezza pare debba riferirsi all’opinione pubblica e, quindi, alla paura ancora una volta di perdere consensi difendendo una causa impopolare. Ritorna, nelle parole di Manconi, il leit motiv della giornata, l’esigenza sempre più impellente di far conosce la realtà della detenzione, di informare, di raccontare il carcere ai cittadini, sottolineando come in carcere i suicidi siano 19 volte più frequenti che fuori e come la gran parte di questi sia compiuta nei primi sei mesi di detenzione, da persone di un’età media di circa 30 anni che stanno scontando una pena per reati non gravi. Tutti buoni motivi per riproporre il tema del "difensore civico per le carceri", cioè di una figura esterna di vigilanza e mediazione tra custodi e custoditi che dovrebbe garantire a questi ultimi i diritti fondamentali troppo spesso misconosciuti all’interno dei penitenziari. Breve ma molto suggestivo l’intervento della regista-scrittrice Cristina Comencini che, premettendo di non aver alcuna conoscenza delle carceri, ha raccontato tutta la propria difficoltà di fronte all’impegno di scrivere una prefazione alla mostra fotografica. Solo guardando le foto sparpagliate sul suo letto si è sentita sufficientemente "dentro" la realtà della detenzione e ha potuto esprimere emozioni e sentimenti in una bella pagina del catalogo che si conclude con un grido: "Ricominciamo da capo, vi prego, tutto sarà diverso, dateci questa seconda volta, non dubitate di noi e saremo delle bambine felici e buone". Sono seguite alcune voci dalla realtà del carcere: il direttore della Casa Circondariale di Modena, il vice-direttore dell’istituto milanese di Opera, quindi sono intervenute due donne detenute con le loro esperienze di vita e di carcere. Alle battute finali il volontariato con Paola Cigarini del gruppo "Carcere-Città" di Modena ha espresso la forte esigenza di una "seria riflessione sul carcere e di un confronto sulle idee tra associazioni di volontariato", mentre Gianluca Borghi, assessore regionale ai Servizi Sociali dell’Emilia Romagna, ha riferito di una generale indifferenza nei confronti dei problemi delle persone detenute e della difficoltà di relazionarsi a livello istituzionale con il Ministero di Giustizia; ribadendo l’urgenza di un confronto chiaro sulle problematiche di maggiore attualità, in primis quella della salute in carcere e delle competenze rispetto a questo tema così delicato e controverso. L’intervento ha concluso la presentazione di una iniziativa, davvero molto densa e ricca d’interesse. Scrivo, dunque esisto "Con chi ti scrivi? Con le persone con le quali hai qualcosa in comune, lui è dentro tu sei dentro" Alle tre del pomeriggio alla Giudecca ci sono le donne in coda: è il momento in cui si ritira la posta. Una boccata d’aria fresca, che arriva dal mondo libero. Ma anche da quello "ristretto". Sì, perché ci sono prima di tutto corrispondenze tra detenuti e persone esterne, e poi ci sono, naturalmente, le corrispondenze da detenuti a detenute, persone che non si conoscono, ma si cercano perché hanno qualcosa di importante in comune: il carcere. Di lettere e di scrittura abbiamo parlato spesso in redazione, abbiamo anche pubblicato parecchi articoli, ma ci piace tornare sul tema per scoprirne degli aspetti nuovi. Emilia: Io ho avuto una corrispondenza con un detenuto, e tutto è cominciato quando mi è arrivata una lettera da uno sconosciuto. Succede sempre che c’è qualcuno che dà il tuo nome, un’amica, una compagna di cella. La prima lettera che ho ricevuto, io non ne sapevo nulla. Era stata una ragazza che è uscita poi, e non me lo aveva detto. A scrivermi era un uomo, è difficile che da carcere a carcere ti scrivi con una donna. L’uomo spesso cerca un punto d’appoggio in una donna, a volte scrive un po’ per scherzo, o per esercitare la fantasia, oppure per un reale scambio d’opinioni, un confronto con qualcuno che può capirlo, perché conosce bene la condizione in cui si trova. Antonietta (insegnante): Ma l’iniziativa parte sempre da loro? Dagli uomini? Gena: Dipende, a volte parte anche dalle ragazze. Per esempio, se io chiedo a Emilia se il suo corrispondente ha un compagno di cella interessato ad avviare uno scambio di lettere, allora la cosa parte da me. Ornella (volontaria): Il fatto che un detenuto cerchi come corrispondente una donna detenuta è anche logico, ho sentito dire da tanti che fuori le persone non sono in grado di capire certi problemi che hanno a che fare con l’essere stati in galera, e allora cerchi l’unica persona che può esserti vicina perché sta vivendo o ha vissuta la stessa esperienza, la stessa situazione. Giulia: A parte i casi, rari perché io ne ho trovati davvero pochi, di gente che entra una volta sola in galera, per il resto è logico che persone che conoscono il carcere frequenteranno persone che lo conoscono a loro volta e dunque si frequenteranno tra loro. È quasi inevitabile che il mondo con il quale hai a che fare fuori sia sempre quello, quello che ti ha portato per la prima volta in galera. E vale anche per le lettere, cerchi qualcuno che conosca la galera e quindi possa più facilmente sapere quello che stai vivendo. Emilia: Succede però anche che, dopo le prime lettere, uno cambi rapidamente i toni e cerchi di spingere il rapporto verso forme più possessive, a me è capitato, non mi conosceva neppure e dopo poco già mi considerava sua moglie. Massimo (insegnante): Ma il tono di queste lettere è generalizzabile? Cioè, queste corrispondenze seguono tutte questa pista? Due lettere e poi "ti amo", "sei mia moglie", è questo l’itinerario? Scrivono tutti per trovare la moglie che non hanno avuto o che non hanno più e imporre subito l’ordine, il comando in quanto uomini, fanno tutti così? Gena: Non sono tutti così, comunque una corrispondenza inizia di solito dall’amicizia, poi se tu vedi che non ti va perché lui sta uscendo dai binari, gli puoi dire basta. Massimo: Uscire dai binari per andare dove? Gena: Per andare da subito oltre l’amicizia. Ma di solito si parla solo di conoscersi meglio un domani quando si uscirà dal carcere, e tu comunque puoi mettere le cose in chiaro sin dall’inizio. Massimo: Il tono di queste lettere mi sembra abbastanza "patologico": uno che scrive a una persona che non conosce e che non ha mai visto, e dopo poche lettere già esprime un affetto, un amore potente, ha qualcosa di malato, io credo. E quali sono poi gli argomenti di queste lettere? Gena: In generale si scrive del carcere e di come ognuno se lo vive. Massimo: Ma si tratta di argomenti attinenti solo al carcere o anche altri? Nella società succedono molte cose, tutto questo si riflette in qualche modo nelle lettere? Gena: Si parla anche di cronaca, di articoli sui quotidiani, dipende dal tipo di corrispondenza che instauri dall’inizio. Se poi si vuole parlare di sesso… si parla di sesso. Sì certo, esiste anche questo tipo di lettere. Ma io sono limitata, non saprei cosa dire, a dover parlare di sesso per lettera. Ornella: Poco tempo fa è uscito un libro, che pare sia una corrispondenza vera tra una donna "libera" e un detenuto nelle carceri francesi, ed è tutto un crescendo di allusioni, dove di lettera in lettera aumenta sempre più la tensione sessuale. Non è poi così difficile giocare con la fantasia. Gena: Io qui ho letto delle lettere dove non ci si chiede neanche come stai, solo sesso. Svetlana: A me non piace avere una corrispondenza con persone che non conosco. Sono poche le persone con cui mi scrivo, e si tratta sempre di persone che ho incontrato, che conosco, con le altre, con gli sconosciuti ho tagliato subito. Per educazione ho risposto, e all’inizio si trovano sempre punti in comune, poi si inizia a parlare di sesso e io non ci riesco. Massimo: Ma allora c’è o no una tendenza diffusa ad instaurare un rapporto, che dopo una fase più o meno lunga va a finire sull’aspetto sessuale? Gena: Credo che per la maggior parte sia così, ma a volte si ha voglia più che altro di giocare. Nella cella dov’ero prima scrivevamo tutte le sere, tutte noi 13, e facevamo "comunione" anche della corrispondenza, una volta abbiamo fatto "socialità a distanza" scrivendoci tutte con una cella del maschile di Rebibbia, era come uno scherzo e ci si divertiva. Sandra: Io invece mi scrivo solo con amici fuori. Ornella: E non hai la sensazione che facciano fatica a capirti, dal momento che l’esperienza del carcere è troppo diversa da tutto il resto, troppo particolare perché uno fuori riesca a coglierne davvero tutte le sfumature? Sandra: No. Non saprei cosa scrivere a gente che non conosco, oltretutto descrivere la mia giornata qui dentro non lo faccio nemmeno con chi conosco, perché ho altre cose da scrivere. Gena: Perché non lo scrivi nemmeno a loro? Non è che c’è qualcosa di male a scrivere ad un amico come va qui. Sandra: Io non mi sono neanche permessa di dire che c’è qualcosa di male, io dico solo che per me è così, non mi va di raccontare come mi è andata la giornata, perché se magari gli dico che va tutto male loro fuori stanno ancora peggio per me e perché sanno che soffro. Gabriella (volontaria): Io volevo fare un’altra domanda: queste persone che scrivono sapete se sono per la maggior parte persone sole, se lo fanno per cercare qualcuno, o come si presentano? Giulia: Di sicuro non vengono a dirti che hanno quattro figli a casa da mantenere. Ornella: Io casualmente ho scoperto che un detenuto che conoscevo, sposatissimo con figli, aveva una corrispondenza con una detenuta della Giudecca, ma dubito che abbia raccontato la verità su di sé. Giulia: Sono certa che non l’abbia fatto. Ho avuto un’esperienza diretta con un mio amico, che scriveva a una mia compagna di cella, e per come lo conosco sapevo che raccontava più che altro frottole. Svetlana: Forse tutto questo succede perché non gli bastano le lettere delle mogli, sono banali. Ricordo uno che mi aveva chiesto se la compagna con cui l’avevo messo in contatto poteva scrivergli delle "lettere calde". Evidentemente aveva bisogno di inventarsi una vita diversa, di fuggire dalla realtà. Isabella: Io per esempio scrivo tutte le sere, ma scrivo poco ai miei e agli amici che avevo fuori quasi mai. Invece mi scrivo ogni giorno con un ragazzo, che è in carcere (da una vita), e che non conoscevo. Parliamo di tutto praticamente. Cosa faccio, cosa penso, cosa vorrei fare, passato e futuro. Massimo: Quando Isabella dice che si scrive tutti i giorni, mi fa riflettere. Ci sono molti pedagogisti che sostengono che la scrittura di sé, l’autobiografia, il diario quotidiano sono come una forma di cura, e sentire lei che scrive tutti i giorni mi fa pensare anche a un tentativo, più o meno cosciente, di cominciare a capirsi, a lavorare su di sé. Non è forse vero che la scrittura tira fuori e mette su carta, ben visibili, dei pensieri nascosti, anche confusi, e così permette a una persona, forse, di rendersi un po’ più chiare le cose? Io trovo però che questo parlare con qualcuno che ha la tua stessa esperienza non è tanto un confronto quanto un’affermazione di sé. Ornella: Però tu Isabella dici che con i tuoi amici di prima, quelli che sono fuori, hai più o meno smesso di scriverti, secondo te perché, c’è una spiegazione? Isabella: Ho visto che con loro non c’era l’amicizia di prima, il rapporto era cambiato totalmente, per cui ho smesso. Svetlana: A volte non è che fuori non sono più tuoi amici, però la vita va avanti. Anche io all’inizio pensavo male dei miei amici, ma non è così, loro vivono il tempo diversamente. Qui dentro il tempo si ferma, invece fuori va avanti. Allora tendi a scriverti con le persone, con le quali hai qualcosa in comune, lui è dentro tu sei dentro. Abbiamo gli stessi pensieri, la stessa realtà. Mi ricordo che le prime lettere che ricevevo da casa erano ricche, interessanti, perché non sapevo cos’era successo, e loro mi raccontavano tutto… dopo di che ti accorgevi che le lettere erano sempre più uguali, striminzite, e poi ti chiedevano: come mai non scrivi? Ma che ti racconto io di qui? Qui è sempre uguale, ogni giornata è uguale, non succede mai niente. Forse pensano anche loro: cosa le racconto? Meglio non raccontare troppo, per non farle male. Ed è vero, sto male sia per le cose belle sia per le brutte. Per esempio… c’è un matrimonio nella mia famiglia e sono contenta, però sto male perché ho perso tutte quelle belle cose, io non sono lì e quelle cose non si possono ripetere, e allora mi dispiace. Mi dico: la vita è fuori, non qui, e quando uscirò l’affronterò piano piano di nuovo, ora meglio non pensarci troppo. Isabella: Sì, però io mi aspetterei da fuori che mi raccontassero quello che succede. Giulia: Ma anche per quelli fuori le giornate spesso sono tutte uguali. Secondo me qui è il tempo che è percepito diversamente… pare statico. Il tempo è scandito, è pilotato dagli altri. Svetlana: A noi comunque è stata negata la libertà… il fatto di essere chiusi non mi fa immaginare che fuori sia tutto fermo come me lo vivo qui, è fuori che bene o male la vita continua… che tutto è in movimento. Antonietta: Noi stiamo parlando della corrispondenza, ma bisogna anche ricordarsi che fuori non si scrive più, si comunica tramite telefono, e-mail, SMS, etc.. La lettera scritta a mano è praticamente sparita. Quindi per una persona fuori è faticoso scrivere, perché non ci è più abituata. Svetlana: Dipende anche dal rapporto che hai con gli altri. Io ho avuto un’esperienza particolare: quando mio marito era dentro in carcere da tredici mesi e io ero fuori, non è passata una giornata che non gli abbia scritto, sebbene lo incontrassi a colloquio, e non scrivevo solo un foglietto, gli facevo dei romanzi. Massimo: Io ora però vorrei proporre un altro aspetto del problema. Un giorno, ragionando con un gruppo di donne qui alla Giudecca, veniva fuori la tematica della falsità, la falsità di rapporto che c’è spesso fra detenuti e con chi lavora in carcere o chi sta fuori. Questa falsità c’è anche nelle lettere? Svetlana: Sì, lo abbiamo detto prima, il foglio sopporta tutto, non ti vedo non mi vedi, posso scrivere tutto ciò che mi pare. Emilia: Io penso che a volte sia solo fantasia, non bugia. Un desiderio su cui fantastichi e ti autoconvinci talmente tanto che è reale, che per te è vero. Ornella: Ma la corrispondenza regge se uno dei due poi esce dal carcere a fine pena, e l’altro è ancora dentro? Giulia: Può succedere, di solito però non regge, nel tempo la frequenza diminuisce fino quasi a scomparire, fino ad essere sporadica. È più facile che uno esca e si faccia i fatti suoi, e appena rientra, se poi rientra, scrive di nuovo. Ci sono anche di quelli che, dopo essersi conosciuti via lettera, si sposano, che si amano, che diventano amici veramente, ma nella globalità di solito funziona che le storie terminano… fuori il tempo risucchia, fai altre cose ed è naturale che chi esce si scorda di chi è dentro. Non perché ti mette nel dimenticatoio, semplicemente perché non vive più questa realtà, ha bisogno di vivere la sua vita nuova ed è giusto che sia così. Ornella: E come mai invece c’è questo interesse fuori a scriversi con detenuti/e? Io nel sito mi ritrovo un sacco di richieste del tipo "vorrei corrispondere con un detenuto/a". Mi piacerebbe capire se voi vi siete fatte qualche idea in proposito. Emilia: Potrebbe anche essere voglia di sapere, interessamento per che cosa è il carcere, voglia di approfondire problemi che conosci poco. Giulia: Secondo me c’è qualcosa di malato, perché come puoi pensare che una persona "sana" cerchi un rapporto con una detenuta, soprattutto se poi la cosa sfocia nella direzione di amori in cui cominciano a venirti a trovare, a voler approfondire la conoscenza? Mi chiedo allora brutalmente: sei suonato? Con tutto quello che c’è fuori? Fuori la vita funziona, corre, perché una persona si costringe a fare la tua vita quasi immobile? Che senso ha? Non dico il marito, l’uomo, ma che uno sconosciuto libero si metta con una detenuta/o, scusate ma c’è qualcosa che non quadra. Massimo: Forse c’è da dire che esiste tutta una letteratura di grande successo che ci parla di un mondo diverso e questo mondo è affascinante, suscita curiosità. Ornella: Ma c’è anche un discorso, che non è banale, sulla solitudine, per cui uno fuori fa fatica a trovare amicizie e interesse da parte di altre persone… io vedo che si diventa sempre più pigri anche nei rapporti con gli altri, perché non hai tempo, perché insegui mille cose, per cui forse c’è bisogno di trovare attenzione in qualcuno, e l’idea che una persona che è in carcere ha tanto tempo ti fa pensare che ti presterà più attenzione. Giulia: Non è frustrante per una persona che vive fuori? Ornella: La capacità di ascolto è una dote che fuori ormai va sempre più riducendosi, e poi io metterei in conto anche il fatto che tu che sei in carcere stai facendo un’esperienza e vivi in un mondo diverso dal mio - quindi questo può essere un motivo di curiosità, anche di stimolo, perché no? In fondo mi fai addentrare in un mondo che io non conosco, mentre quello di fuori, quello che mi sta intorno, mi sembra di conoscerlo già tutto, e questa può essere un’altra componente. In effetti a volte qui si fanno delle discussioni che io fuori non riesco a fare, si mettono a confronto esperienze diverse che ti costringono a ripensare a cose alle quali avevi fatto l’abitudine, che non eri più nemmeno in grado di apprezzare. |
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