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Poesia

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Nota disambigua - Se stai cercando la voce riguardante l'asteroide Poesia, vedi 946 Poesia.

La poesia è l'arte di usare, per trasmettere il proprio messaggio, tanto il significato semantico delle parole quanto il suono ed il ritmo che queste imprimono alle frasi; la poesia ha quindi in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere emozioni e stati d'animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa.

Una poesia non ha un significato necessariamente e realmente compiuto come un brano di prosa, o, meglio, il significato è solo una parte della comunicazione che avviene quando si legge o si ascolta una poesia; l'altra parte non è verbale, ma emotiva. Poiché la lingua nella poesia ha questa doppia funzione di vettore sia di significato che di suono, di contenuto sia informativo che emotivo, la sintassi e l'ortografia possono subire variazioni (le cosiddette licenze poetiche) se questo è utile ai fini della comunicazione complessiva.

A questi due aspetti della poesia se ne aggiunge un terzo quando una poesia, invece che letta direttamente, viene ascoltata: con il suo linguaggio del corpo e il modo di leggere, il lettore interpreta il testo, dandogli (inevitabilmente) una nuova dimensione, teatrale. Questo fenomeno, insieme alla parentela con la musica, viene sfruttato nei Lieder tedeschi, poesie sotto forma di canzone.

Questa stretta commistione di significato e suono rende estremamente difficile tradurre una poesia in altre lingue, perché il suono e il ritmo originali vanno irrimediabilmente persi e devono essere sostituiti da un adattamento nella nuova lingua, che in genere è solo una approssimazione dell'originale.

Indice

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Poesia antica e moderna

La poesia è nata prima della scrittura: anzi le prime forme di poesia erano essenzialmente orali, come l'antichissimo canto a batocco dei contadini e i racconti dei cantastorie (Omero era uno di loro, senz'altro il più famoso). Nei paesi anglosassoni questa trasmissione orale della poesia era molto forte (lo è ancora), e nelle poesie in lingua inglese sono molto importanti l'allitterazione, l'onomatopea e le assonanze anche al di fuori delle rime, che peraltro sono rispettate solo fonologicamente e con frequenti eccezioni.

Nell'età romana la poesia era quantitativa, si basava cioè sull'alternanza tra sillabe lunghe e sillabe brevi: il metro più diffuso - specialmente perché metro dell'epica - era l'esametro. Essa doveva essere letta o declamata scandendola rigorosamente a tempo, nonostante recenti studi linguistici sembrano aver messo in luce la natura melodica della lingua latina, che la farebbe assomigliare quasi più alle lingue orientali che alle attuali lingue neolatine.

Dopo l'anno mille il volgare, da dialetto plebeo qual era fino allora, si innalza a dignità di lingua letteraria: si svilupparono così, per la nuova lingua, nuove forme di poesia e nuove metriche. In Italia la poesia, nel periodo di Dante Alighieri e del Dolce Stil Novo, si afferma come mezzo di intrattenimento letterario e assume forma prevalentemente scritta: questo porta i poeti italiani a comporre opere più strettamente aderenti ai canoni grammaticali e stilistici del genere, e a prestare maggiore attenzione alle qualità visive della parola scritta, come la rima e l'alternarsi dei versi. Intorno alla fine del 1200 prese campo anche la poesia burlesca.

Nel XIX secolo, con la nascita del concetto dell'arte per l'arte, la poesia si libera progressivamente dai vecchi moduli e compaiono sempre più frequentemente componimenti in versi sciolti, cioè che non seguono nessuno schema particolare, e spesso non hanno né una struttura né una rima. Via via che la poesia si evolve, si libera dai suoi schemi sempre più opprimenti per poi diventare forma pura d'espressione. L'ermetismo si può definire la forma più rarefatta di poesia, atta a trasmettere i sentimenti allo stato puro. Ma anche l'ermetismo si può definire superato. Il concetto di poesia oggi è molto diverso da quello dei modelli letterari; molta della poesia italiana contemporanea non rientra (o lo fa solo in senso lato) nelle forme e nella metrica tradizionali, e il consumo letterario è molto più orientato al romanzo e in generale alla prosa, spostando la poesia verso una posizione di nicchia. Tuttavia il quadro non è così negativo: nella musica pop degli ultimi anni il livello letterario dei testi si è alzato notevolmente, e molte canzoni possono essere considerati delle vere e proprie poesie musicate.

 

Tipi di poesia

 

Sottocategorie generali

Altre forme di componimento poetico - oltre ai poemi - sono:

 

Sottocategorie nazionali di poesie

Nella lingua italiana la poesia letteraria canonica può assumere tre forme diverse, il sonetto, la canzone e l'ode: forme popolari sono la filastrocca e lo stornello. Altri tipi di componimenti poetici sono stati formalizzati in altre civiltà e culture del mondo:

 Italia
 

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Categoria:Opere letterarie

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Poesia lirica

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La poesia lirica è la definizione generale di un genere letterario della poesia che esprime in modo soggettivo il sentimento del poeta ed attraversa epoche e luoghi vastissimi.

Indice

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[modifica] Origini ed etimologia

La parola lirica è un prestito dal greco λυρική (lyrikē, sottinteso poiesis, "(poesia) che si accompagna con la lira").
 

 

[modifica] Storia

 

[modifica] Nell'antichità classica

 

[modifica] La lirica greca

Nella Grecia dell' età arcaica, la poesia lirica era quella che si differenziava dalla poesia recitativa per il ricorso al canto o all'accompagnamento di strumenti a corde come la lyra.
Ai grammatici alessandrini si deve il canone dei più illustri rappresentanti del genere lirico. Costoro operarono una scelta tra gli autori di composizioni intonate sulla cetra da una sola persona e quelli guidati da un gruppo corifeo.
Nella lirica monodica vengono così annoverati tra gli eccelsi Alceo, Saffo, Anacreonte, mentre nella lirica corale, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Rifacendosi al significato letterale dell'aggettivo "lirico", gli alessandrini tralasciarono gli scrittori di elegie, come Tirteo, Mimnermo, Solone o di giambi, come Archiloco e Ipponatte.
Infatti i giambi e le elegie venivano recitate e l'elegia era anche accompagnata da un sottofondo di flauto.

Nell'usare oggi l'espressione "lirici greci" si fa però riferimento, in senso più lato, a tutto un modo di produrre versi che copre in Grecia l'arco di due secoli, il VII secolo AC e il VI secolo AC.

La poesia greca di questi due secoli è accomunata da due caratteristiche. La prima consiste nel fatto che l'autore, pur rispettando i limiti del genere, si muove al suo interno con estrema libertà e la seconda è che essa si distingue per la sua oralità. Essa viene "detta" ed è destinata alle orecchie, come dice Platone in una definizione della Repubblica.

Lo stile si distingue per la brevità dei periodi ben allineati e senza difficoltà sintattiche e per le molte le metafore destinate a rimanere incise nella memoria.

Il motivi che ispirano la lirica greca sono molteplici. Vi sono componimenti dedicati agli dei (inni), in onore di Dioniso (ditirambi), di Apollo (peani). Alle divinità femminili vengono dedicati i parteni, i vincitori di gare vengono esaltati negli epinici e l'ospite patrono negli encomi. I treni (verso) e gli epicedi sono riservati alle consolazioni funebri e ai compianti, gli epitalami e gli imenei alle nozze, gli scolii ai banchetti, alle danze mimiche gli iporchemi e alle processioni i prosodi. Non vi sono delimitazioni, per cui ogni poeta può spaziare in più campi e utilizzare i moduli di un componimento anche in un altro.

L'elegia e il giambo, di matrice ionica, sono caratterizzati da serie continuate di versi, dagli esametri e pentametri dattilici ai trimetri giambici e ai tetrametri trocaici.

La melica monodica non va oltre l'aggruppamento di strofe composte da quattro versi, mentre quella corale procede per stanze, strofe, antistrofe ed epodo.
Nella lirica monodica il linguaggio è il dialetto dello scrittore, mentre la lirica corale preferisce usare il dorico, considerato linguaggio letterario internazionale.

Dopo il V secolo AC la lirica subisce una grande trasformazione ad opera degli alessandrini che compongono carmi raffinati destinati a persone colte.

 

[modifica] La lirica latina

I poeti romani prendono spunto dai lirici greci e dagli alessandrini mutandone però le strutture e i temi, come si può constatare in Catullo, Orazio, Properzio e Ovidio. Ma è proprio analizzando la poesia di Orazio che si constata la differenza tra il mondo greco e quello romano. Mentre per i greci la lirica, caratteristica di un periodo pieno di fermento, va oltre le definizioni fissate dalla scuola, in campo latino essa diventa una vera e propria categoria tanto da essere preceduta, come in Publio Papinio Stazio, da una prefazione in prosa.

 

[modifica] Nell'età medievale

La lirica occidentale moderna nasce in Provenza dove,dalla seconda metà dell' XII fino al primo quarto del XIII, fiorisce la poesia dei trovatori,che cantavano la joi dell'amore in particolare il fin d'amour(l'amore perfetto).
I provenzali accompagnano le loro poesie con il liuto ed elaborano particolari metri, come la ballata, il discordo, l'alba, la pastorella, che esaltano la forma musicale del componimento.
Il motivo principale è il vagheggiamento della donna innalzata a pura "femminilità", motivo sconosciuto all' eros classico e che influenzerà tutta la successiva lirica, dal Minnesang tedesco alla poesia della scuola siciliana, fino agli stilnovisti e a Petrarca.

 

[modifica] In età moderna

In età moderna, per il tramite del Medioevo è giunta a noi l'interpretazione del genere letterario impostata dagli autori latini, cioè di poesia che esprime emozioni e sentimenti soggettivi.

 

[modifica] Elementi costitutivi della poesia lirica e linguaggio poetico

Gli elementi che costituiscono la poesia lirica si possono dividere essenzialmente in tre gruppi: gli aspetti strutturali, che comprendono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema metrico; gli aspetti lessici e sintattici, che comprendono la scelta delle parole e il loro ordine, e le figure retoriche, come la similitudine, la metafora, l’allitterazione, l’onomatopea, la sinestesia e la metonimia. La poesia è caratterizzata da elementi propri: gli spetti strutturali o metrici. I più importanti sono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema metrico. Li analizzerò ora uno per uno. Il verso può essere definito la riga della poesia, i quanto non si va a capo occupando tutto lo spazio a disposizione, ma secondo il ritmo. Infatti, la parola deriva dal latino “versum”, che è il participio passato del verbo “vertere” che significa “svoltare”. Ciascun verso prende il nome a seconda del numero di sillabe che contiene (“decasillabi” vuol dire “dieci sillabe”, “endecasillabi” vuol dire “undici sillabe”, il verso più utilizzato nella poesia italiana dell’800, e così via) e si dividono in due grandi gruppi: parasillabi, contenenti un numero pari di sillabe, e imparisillabi, contenenti invece un numero dispari di sillabe; mentre i primi hanno un ritmo più cadenzato, gli altri ne hanno uno più fluido e aperto. Per la suddivisione del verso in sillabe, è necessario però tenere conto di alcune regole: • Se l’ultima sillaba è accentata, si conta una sillaba in più. • Se l’ultima parola è sdrucciola, si conta una sillaba in meno. • L’ultima sillaba di una parola che termina per vocale si unisce alla sillaba successiva se questa inizia per vocale. Spesso il poeta, per dare alla sua poesia un determinato ritmo, usa l’artifizio della rima. La rima è un uguaglianza di suono di fine verso o all’interno del verso stesso, dall’ultima sillaba accentata in poi. Solitamente, alla fine di ogni verso si mettono delle lettere: uguaglianza di lettera significa presenza della rima. A seconda dell’alternanza, essa si divide in: baciata (AABB); alternata (ABAB) es.: “Al Re Travicello/piovuto ai ranocchi/mi levo il cappello/e piego i ginocchi”; incrociata (ABBA) es.: “Fiume che la specchiasti un casolare/co’ suoi rossi garofani, qua mura/ d’erme castella e tremula verzura/eccoti giunto al fragoroso mare”; incatenata (ABA BCB CDC) es.: “Nel campo mezzo grigio e mezzo nero/resta un aratro senza buoi, che pare/dimenticato, tra il vapor leggero/E cadenzato dalla gora viene/lo sciabordare delle lavandare/con tonfi spessi e lunghe cantilene”. La strofa è un raggruppamento di versi e prende il nome proprio dal numero dei versi che contiene: avremmo così le terzine (tre versi), quartine (quattro versi),… La lunghezza dei versi, la disposizione degli accenti e la presenza delle rime da il ritmo alla poesia, che è l’alternanza delle sillabe toniche e atone in un verso. La metrica, ovvero lo studio della versificazione, ci consente di conoscere tutti questi aspetti e permette di creare lo schema metrico. Per lungo tempo, nella poesia lirica italiana, il sonetto veniva considerato il componimento classico. Furono scritte moltissime poesie, come “Il fiume” di Giovanni Pascoli.

Fiume che là specchiasti un casolare

co’ suoi rossi garofani, qua mura

d’erme castella, e tremula verzura;

eccoti giunto al fragoroso mare:


ed ecco i flutti verso te balzare

su dall’interminabile paura,

in larghe file; e nella riva oscura

questa si frange, e quella in alto appare;


tituba e croscia. E là, donde tu lieto,

di sasso in sasso, al piè d’una betulla,

sgorghi sonoro tra le brevi sponde;


a un po’ d’auretta scricchiola il canneto,

fruscia il castano, e forse una fanciulla

sogna a quell’ombre, al mormorio dell’onde.

Questa poesia, come tutti i sonetti, ha uno schema metrico fisso: è costituita da due quartine e due terzine, dallo schema delle rime ABBA ABBA CDE CDE, e da versi composti da undici sillabe. Dal ‘900 in poi, la poesia moderna, così come tutte le forme d’arte, tende a infrangere tutte le regole e a non seguire il modello classico. Perciò ogni poeta sceglie il proprio ritmo a seconda delle sue esigenze espressive. Gli aspetti sintattici nella poesia, così come in tutti gli altri tipi di testo, riguardano la costruzione della frase. Gli spetti lessicali, invece, riguardano la scelta delle parole nella frase. Per quanto riguarda gli aspetti sintattici, nell’Ottocento il poeta tendeva a costruire frasi complesse, in quanto la comunicazione era riservata solo alle persone culturalmente superiori: raramente si utilizzava la costruzione sintattica del linguaggio comune. Nel Novecento, invece, il poeta semplifica il suo linguaggio, ma non per necessità di semplicità, ma perché vengono infrante molte regole della punteggiatura, della sintassi e della collocazione delle parole nella frase. Confronterò ora due poesie di due grandi autori italiani: Leopardi e Ungaretti, vissuti rispettivamente nell’Ottocento e nel Novecento. La poesia di Leopardi si intitola “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” e con questo componimento vuole dire che un pastore che attraversa molte difficoltà alla fine arriva alla morte.

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto affaticar fu volto:

abisso orrido, immenso,

ov’eri precipitando, il tutto obblia.

La poesia di Ungaretti si intitola “Bosco Cappuccio”, il nome di un bar dove, molto spesso, Ungaretti si recava a bere un caffè. Con la poesia sogna di tornare al bar, stando lontano dalla corrente guerra, e di sedersi sulla poltrona di velluto verde.

Bosco Cappuccio

Ha un declivio

Di velluto verde

Come una dolce

Poltrona

Appisolarmi là

Solo

In un caffè remoto

Con una luce fievole

Come questa

Di questa luna.

Confrontando le due poesie, ci accorgiamo che, in base agli attributi riferiti al soggetto o d altri elementi, la poesia di Leopardi ne ha ben undici, mentre quella di Ungaretti solo cinque; i complementi sono dieci nella prima poesia e otto nella seconda; in base al numero di frasi subordinate, mentre nella prima sono cinque, nella seconda troviamo solo due periodi semplici; infine solo nella seconda poesia non troviamo alcun segno di punteggiatura, neanche per indicare la fine della frase. Nell’Ottocento, i poeti utilizzavano quindi un linguaggio aulico, cioè molto lontano da quello comune. Lo stesso discorso può essere applicato al lessico, la scelta del quale era molto ricercata proprio per distinguersi dal linguaggio comune. Il linguaggio può essere utilizzato secondo un uso denotativo e connotativi; nel primo caso si utilizza un linguaggio secondo il modello di tutti; nel secondo caso si sa un linguaggio non per dare delle informazioni, ma per suscitare emozioni e far capire a chi legge il significato delle parole, che va oltre a quello comune. Nel Novecento, i poeti abbandonano il linguaggio aulico dell’Ottocento, ma attribuiscono alle parole dei significati diversi; la differenza tra il significato comune e quello poetico di una parola, infatti, è molto marcata. I poeti praticavano quindi uno scarto semantico; la semantica è la parte della lingua che studia i significati delle parole. Per analizzare una poesia del Novecento, sono molto importanti le aree semantiche, nelle quali si raggruppano delle parole scelte dal poeta; per capire il suo messaggio, è indispensabile capire a quale area semantica appartengano queste parole. Le figure retoriche sono quegli usi particolari della lingua con i quali si riesce ad attribuire ad una parola un significato che va oltre a quello comune. Le figure retoriche si possono dividere in due gruppi: di suono e di significato. Le figure retoriche di suono sono quelle che fanno n effetto attraverso un uso particolare del suono prodotto dalla lingua. Le principali sono: l’assonanza e la consonanza, che sono delle rime imperfette (mani – mali); l’onomatopea, che è una parola che riproduce un suono in parole aventi un significato onomatopeico (miagolare, abbaiare); l’alliterazione, che si ottiene riproducendo più volte lo stesso gruppo di suoni; spesso troviamo l’onomatopea e l’alliterazione insieme (“…un fru fru fra le fratte…”). Le figure retoriche di significato sono quelle che attribuiscono alle parole significati che vanno oltre al proprio. Le principali sono: la similitudine, che è un confronto tra due parole (Ha i capelli come il grano); la metafora, che è la sostituzione di un termine con un atro che muta il significato alla parola a cui si riferisce (Ha i capelli di grano); la sinestesia, che è l’associazione di due termini di diverso senso (parole calde); la metonimia, che consiste nell’utilizzare il nome della causa per quello dell’effetto (vivere del proprio lavoro).

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Poesia lirica

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La poesia lirica è la definizione generale di un genere letterario della poesia che esprime in modo soggettivo il sentimento del poeta ed attraversa epoche e luoghi vastissimi.

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[modifica] Origini ed etimologia

La parola lirica è un prestito dal greco λυρική (lyrikē, sottinteso poiesis, "(poesia) che si accompagna con la lira").
 

 

[modifica] Storia

 

[modifica] Nell'antichità classica

 

[modifica] La lirica greca

Nella Grecia dell' età arcaica, la poesia lirica era quella che si differenziava dalla poesia recitativa per il ricorso al canto o all'accompagnamento di strumenti a corde come la lyra.
Ai grammatici alessandrini si deve il canone dei più illustri rappresentanti del genere lirico. Costoro operarono una scelta tra gli autori di composizioni intonate sulla cetra da una sola persona e quelli guidati da un gruppo corifeo.
Nella lirica monodica vengono così annoverati tra gli eccelsi Alceo, Saffo, Anacreonte, mentre nella lirica corale, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Rifacendosi al significato letterale dell'aggettivo "lirico", gli alessandrini tralasciarono gli scrittori di elegie, come Tirteo, Mimnermo, Solone o di giambi, come Archiloco e Ipponatte.
Infatti i giambi e le elegie venivano recitate e l'elegia era anche accompagnata da un sottofondo di flauto.

Nell'usare oggi l'espressione "lirici greci" si fa però riferimento, in senso più lato, a tutto un modo di produrre versi che copre in Grecia l'arco di due secoli, il VII secolo AC e il VI secolo AC.

La poesia greca di questi due secoli è accomunata da due caratteristiche. La prima consiste nel fatto che l'autore, pur rispettando i limiti del genere, si muove al suo interno con estrema libertà e la seconda è che essa si distingue per la sua oralità. Essa viene "detta" ed è destinata alle orecchie, come dice Platone in una definizione della Repubblica.

Lo stile si distingue per la brevità dei periodi ben allineati e senza difficoltà sintattiche e per le molte le metafore destinate a rimanere incise nella memoria.

Il motivi che ispirano la lirica greca sono molteplici. Vi sono componimenti dedicati agli dei (inni), in onore di Dioniso (ditirambi), di Apollo (peani). Alle divinità femminili vengono dedicati i parteni, i vincitori di gare vengono esaltati negli epinici e l'ospite patrono negli encomi. I treni (verso) e gli epicedi sono riservati alle consolazioni funebri e ai compianti, gli epitalami e gli imenei alle nozze, gli scolii ai banchetti, alle danze mimiche gli iporchemi e alle processioni i prosodi. Non vi sono delimitazioni, per cui ogni poeta può spaziare in più campi e utilizzare i moduli di un componimento anche in un altro.

L'elegia e il giambo, di matrice ionica, sono caratterizzati da serie continuate di versi, dagli esametri e pentametri dattilici ai trimetri giambici e ai tetrametri trocaici.

La melica monodica non va oltre l'aggruppamento di strofe composte da quattro versi, mentre quella corale procede per stanze, strofe, antistrofe ed epodo.
Nella lirica monodica il linguaggio è il dialetto dello scrittore, mentre la lirica corale preferisce usare il dorico, considerato linguaggio letterario internazionale.

Dopo il V secolo AC la lirica subisce una grande trasformazione ad opera degli alessandrini che compongono carmi raffinati destinati a persone colte.

 

[modifica] La lirica latina

I poeti romani prendono spunto dai lirici greci e dagli alessandrini mutandone però le strutture e i temi, come si può constatare in Catullo, Orazio, Properzio e Ovidio. Ma è proprio analizzando la poesia di Orazio che si constata la differenza tra il mondo greco e quello romano. Mentre per i greci la lirica, caratteristica di un periodo pieno di fermento, va oltre le definizioni fissate dalla scuola, in campo latino essa diventa una vera e propria categoria tanto da essere preceduta, come in Publio Papinio Stazio, da una prefazione in prosa.

 

[modifica] Nell'età medievale

La lirica occidentale moderna nasce in Provenza dove,dalla seconda metà dell' XII fino al primo quarto del XIII, fiorisce la poesia dei trovatori,che cantavano la joi dell'amore in particolare il fin d'amour(l'amore perfetto).
I provenzali accompagnano le loro poesie con il liuto ed elaborano particolari metri, come la ballata, il discordo, l'alba, la pastorella, che esaltano la forma musicale del componimento.
Il motivo principale è il vagheggiamento della donna innalzata a pura "femminilità", motivo sconosciuto all' eros classico e che influenzerà tutta la successiva lirica, dal Minnesang tedesco alla poesia della scuola siciliana, fino agli stilnovisti e a Petrarca.

 

[modifica] In età moderna

In età moderna, per il tramite del Medioevo è giunta a noi l'interpretazione del genere letterario impostata dagli autori latini, cioè di poesia che esprime emozioni e sentimenti soggettivi.

 

[modifica] Elementi costitutivi della poesia lirica e linguaggio poetico

Gli elementi che costituiscono la poesia lirica si possono dividere essenzialmente in tre gruppi: gli aspetti strutturali, che comprendono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema metrico; gli aspetti lessici e sintattici, che comprendono la scelta delle parole e il loro ordine, e le figure retoriche, come la similitudine, la metafora, l’allitterazione, l’onomatopea, la sinestesia e la metonimia. La poesia è caratterizzata da elementi propri: gli spetti strutturali o metrici. I più importanti sono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema metrico. Li analizzerò ora uno per uno. Il verso può essere definito la riga della poesia, i quanto non si va a capo occupando tutto lo spazio a disposizione, ma secondo il ritmo. Infatti, la parola deriva dal latino “versum”, che è il participio passato del verbo “vertere” che significa “svoltare”. Ciascun verso prende il nome a seconda del numero di sillabe che contiene (“decasillabi” vuol dire “dieci sillabe”, “endecasillabi” vuol dire “undici sillabe”, il verso più utilizzato nella poesia italiana dell’800, e così via) e si dividono in due grandi gruppi: parasillabi, contenenti un numero pari di sillabe, e imparisillabi, contenenti invece un numero dispari di sillabe; mentre i primi hanno un ritmo più cadenzato, gli altri ne hanno uno più fluido e aperto. Per la suddivisione del verso in sillabe, è necessario però tenere conto di alcune regole: • Se l’ultima sillaba è accentata, si conta una sillaba in più. • Se l’ultima parola è sdrucciola, si conta una sillaba in meno. • L’ultima sillaba di una parola che termina per vocale si unisce alla sillaba successiva se questa inizia per vocale. Spesso il poeta, per dare alla sua poesia un determinato ritmo, usa l’artifizio della rima. La rima è un uguaglianza di suono di fine verso o all’interno del verso stesso, dall’ultima sillaba accentata in poi. Solitamente, alla fine di ogni verso si mettono delle lettere: uguaglianza di lettera significa presenza della rima. A seconda dell’alternanza, essa si divide in: baciata (AABB); alternata (ABAB) es.: “Al Re Travicello/piovuto ai ranocchi/mi levo il cappello/e piego i ginocchi”; incrociata (ABBA) es.: “Fiume che la specchiasti un casolare/co’ suoi rossi garofani, qua mura/ d’erme castella e tremula verzura/eccoti giunto al fragoroso mare”; incatenata (ABA BCB CDC) es.: “Nel campo mezzo grigio e mezzo nero/resta un aratro senza buoi, che pare/dimenticato, tra il vapor leggero/E cadenzato dalla gora viene/lo sciabordare delle lavandare/con tonfi spessi e lunghe cantilene”. La strofa è un raggruppamento di versi e prende il nome proprio dal numero dei versi che contiene: avremmo così le terzine (tre versi), quartine (quattro versi),… La lunghezza dei versi, la disposizione degli accenti e la presenza delle rime da il ritmo alla poesia, che è l’alternanza delle sillabe toniche e atone in un verso. La metrica, ovvero lo studio della versificazione, ci consente di conoscere tutti questi aspetti e permette di creare lo schema metrico. Per lungo tempo, nella poesia lirica italiana, il sonetto veniva considerato il componimento classico. Furono scritte moltissime poesie, come “Il fiume” di Giovanni Pascoli.

Fiume che là specchiasti un casolare

co’ suoi rossi garofani, qua mura

d’erme castella, e tremula verzura;

eccoti giunto al fragoroso mare:


ed ecco i flutti verso te balzare

su dall’interminabile paura,

in larghe file; e nella riva oscura

questa si frange, e quella in alto appare;


tituba e croscia. E là, donde tu lieto,

di sasso in sasso, al piè d’una betulla,

sgorghi sonoro tra le brevi sponde;


a un po’ d’auretta scricchiola il canneto,

fruscia il castano, e forse una fanciulla

sogna a quell’ombre, al mormorio dell’onde.

Questa poesia, come tutti i sonetti, ha uno schema metrico fisso: è costituita da due quartine e due terzine, dallo schema delle rime ABBA ABBA CDE CDE, e da versi composti da undici sillabe. Dal ‘900 in poi, la poesia moderna, così come tutte le forme d’arte, tende a infrangere tutte le regole e a non seguire il modello classico. Perciò ogni poeta sceglie il proprio ritmo a seconda delle sue esigenze espressive. Gli aspetti sintattici nella poesia, così come in tutti gli altri tipi di testo, riguardano la costruzione della frase. Gli spetti lessicali, invece, riguardano la scelta delle parole nella frase. Per quanto riguarda gli aspetti sintattici, nell’Ottocento il poeta tendeva a costruire frasi complesse, in quanto la comunicazione era riservata solo alle persone culturalmente superiori: raramente si utilizzava la costruzione sintattica del linguaggio comune. Nel Novecento, invece, il poeta semplifica il suo linguaggio, ma non per necessità di semplicità, ma perché vengono infrante molte regole della punteggiatura, della sintassi e della collocazione delle parole nella frase. Confronterò ora due poesie di due grandi autori italiani: Leopardi e Ungaretti, vissuti rispettivamente nell’Ottocento e nel Novecento. La poesia di Leopardi si intitola “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” e con questo componimento vuole dire che un pastore che attraversa molte difficoltà alla fine arriva alla morte.

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto affaticar fu volto:

abisso orrido, immenso,

ov’eri precipitando, il tutto obblia.

La poesia di Ungaretti si intitola “Bosco Cappuccio”, il nome di un bar dove, molto spesso, Ungaretti si recava a bere un caffè. Con la poesia sogna di tornare al bar, stando lontano dalla corrente guerra, e di sedersi sulla poltrona di velluto verde.

Bosco Cappuccio

Ha un declivio

Di velluto verde

Come una dolce

Poltrona

Appisolarmi là

Solo

In un caffè remoto

Con una luce fievole

Come questa

Di questa luna.

Confrontando le due poesie, ci accorgiamo che, in base agli attributi riferiti al soggetto o d altri elementi, la poesia di Leopardi ne ha ben undici, mentre quella di Ungaretti solo cinque; i complementi sono dieci nella prima poesia e otto nella seconda; in base al numero di frasi subordinate, mentre nella prima sono cinque, nella seconda troviamo solo due periodi semplici; infine solo nella seconda poesia non troviamo alcun segno di punteggiatura, neanche per indicare la fine della frase. Nell’Ottocento, i poeti utilizzavano quindi un linguaggio aulico, cioè molto lontano da quello comune. Lo stesso discorso può essere applicato al lessico, la scelta del quale era molto ricercata proprio per distinguersi dal linguaggio comune. Il linguaggio può essere utilizzato secondo un uso denotativo e connotativi; nel primo caso si utilizza un linguaggio secondo il modello di tutti; nel secondo caso si sa un linguaggio non per dare delle informazioni, ma per suscitare emozioni e far capire a chi legge il significato delle parole, che va oltre a quello comune. Nel Novecento, i poeti abbandonano il linguaggio aulico dell’Ottocento, ma attribuiscono alle parole dei significati diversi; la differenza tra il significato comune e quello poetico di una parola, infatti, è molto marcata. I poeti praticavano quindi uno scarto semantico; la semantica è la parte della lingua che studia i significati delle parole. Per analizzare una poesia del Novecento, sono molto importanti le aree semantiche, nelle quali si raggruppano delle parole scelte dal poeta; per capire il suo messaggio, è indispensabile capire a quale area semantica appartengano queste parole. Le figure retoriche sono quegli usi particolari della lingua con i quali si riesce ad attribuire ad una parola un significato che va oltre a quello comune. Le figure retoriche si possono dividere in due gruppi: di suono e di significato. Le figure retoriche di suono sono quelle che fanno n effetto attraverso un uso particolare del suono prodotto dalla lingua. Le principali sono: l’assonanza e la consonanza, che sono delle rime imperfette (mani – mali); l’onomatopea, che è una parola che riproduce un suono in parole aventi un significato onomatopeico (miagolare, abbaiare); l’alliterazione, che si ottiene riproducendo più volte lo stesso gruppo di suoni; spesso troviamo l’onomatopea e l’alliterazione insieme (“…un fru fru fra le fratte…”). Le figure retoriche di significato sono quelle che attribuiscono alle parole significati che vanno oltre al proprio. Le principali sono: la similitudine, che è un confronto tra due parole (Ha i capelli come il grano); la metafora, che è la sostituzione di un termine con un atro che muta il significato alla parola a cui si riferisce (Ha i capelli di grano); la sinestesia, che è l’associazione di due termini di diverso senso (parole calde); la metonimia, che consiste nell’utilizzare il nome della causa per quello dell’effetto (vivere del proprio lavoro).